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A Copenaghen la salute del pianeta potrà attendere. Come sempre.
sabato 21 novembre 2009 a cura di Andrea Corigliano
La Terra “brucia”, ma si è ancora restii a voltare pagina e tradurre in fatti concreti gli accordi presi dal lontano 1997 a Kyoto. La mano dell’uomo, purtroppo, continua a spingere verso gli interessi economici dei paesi più industrializzati.
Il 30 novembre prossimo, in Danimarca, prenderà il via il summit sul clima per trovare un accordo sul dimezzamento delle emissioni dei gas serra entro il 2050. Ma questo scopo, probabilmente, non sarà raggiunto per gli interessi economici dei Grandi.
Da anni, c’è un paziente che non gode di buona salute perché presenta sempre un leggero stato febbrile che non mostra alcun cenno di miglioramento per colpa di un virus che non si vuole debellare. Da tempo, dal lontano 1997, il suo medico di fiducia gli ha scritto una ricetta che rimane sempre lì, sul comodino vicino al letto, perché non c’è nessuno che è intenzionato a recarsi in farmacia per acquistare il medicinale che, se fosse somministrato ripetutamente in piccole dosi, accompagnerebbe il paziente sulla via della guarigione. Non c’è nessuno che ha a cuore la salute di questa persona, per il vergognoso motivo che quella cura prescritta ha un costo e quindi, invece di mettere mano al portafoglio, si preferisce aspettare e rinviare la spesa ad un prossimo futuro, il più lontano che sia possibile. Ma senza cure, si sa che il quadro clinico del malato è destinato a peggiorare e, di questo passo, la sua salute può anche arrivare ad un punto di “non ritorno”, in cui nessun intervento potrà più essere in grado di risollevare la situazione, a prescindere da quanto rapido ed incisivo questo intervento possa essere.
Può mai esistere, oggi, una situazione paradossale così descritta? Eccome se esiste… basta pensare in grande. Perché il paziente si chiama “Terra”, la febbre è il “global warming” o, se preferite, il “riscaldamento globale”, il virus sono i “gas serra” e coloro che vogliono la salute del paziente solo a parole, senza alcuna ricaduta economica sui propri interessi, si chiamano America e Cina. Tante buone intenzioni, altrettanti buoni propositi, ma ancora una volta la cura potrebbe rimanere lì, condensata in qualche riga di inchiostro nero ormai sbiadito lasciato sulla ricetta medica di Kyoto, datata 11 dicembre 1997. Passano gli anni, ma si è sempre fermi allo stesso punto: se, infatti, durante il vertice Onu del settembre scorso il presidente americano Barack Obama disse convinto che bisognava agire insieme, con coraggio e rapidità, per non rischiare di consegnare alle future generazioni una catastrofe irreversibile, adesso il rischio più imminente è che il vertice dei Paesi più industrializzati, chiamati in Danimarca il prossimo dicembre per decidere le sorti climatiche nel nostro pianeta, si concluda con un fallimento pilotato.
Recentemente, infatti, da parte di chi ha responsabilità sulle decisioni per contrastare il cambiamento climatico è emersa l’intenzione di non compiere alcun concreto passo in avanti nell’azione di abbattimento dei principali gas inquinanti, ma di utilizzare il prossimo summit sul clima solo per arrivare ad un’intesa politica che getti le basi per la conferenza successiva. Copenaghen potrebbe quindi costituire l’ennesima tappa intermedia, in attesa di passare ai fatti che, purtroppo, continuano a vedere posticipato il loro ingresso in campo da oltre dieci anni. Ma perché, per l’ennesima volta, potremmo essere di nuovo punto e a capo? Perché le buone intenzioni, riguardanti la salvaguardia e la tutela ambientale, continuano a scontrarsi con gli interessi interni di… quelle due persone, i cui nomi sono stati fatti sopra, che non vogliono mettere mano ai propri portafogli e che continuano a voler prendere tempo, nonostante detengano il triste primato di Paesi più inquinanti del pianeta con circa 7000 milioni di tonnellate ciascuno di anidride carbonica equivalente emesse ogni anno in atmosfera.
Eppure lo stato di salute della Terra è ben conosciuto. Nell’ultimo secolo la temperatura media globale è cresciuta di 0.74 °C, mentre la concentrazione dell’anidride carbonica, gas serra prevalentemente di origine antropica, è passata da un valore di 278 ppm (parti per milione) prima della rivoluzione industriale agli attuali 383 ppm. Il cambiamento climatico degli ultimi vent’anni, poi, è la testimonianza più diretta di questa conseguenza, con un aumento generalizzato dei fenomeni estremi e particolarmente violenti che proprio dall’anomalia termica traggono linfa per crescere ed approfondirsi. Il timore fondato degli scienziati è che, di questo passo, si potrà arrivare al punto in cui questo processo di cambiamento finirà per autoalimentarsi, rendendo vani i possibili tentativi di arrestarlo. In pratica, sarebbe un po’ come pretendere di fermare il “Titanic della deriva climatica” una volta che questo si è messo in moto: più tempo si aspetta, più il transatlantico aumenta la propria velocità di crociera e più tempo occorre per fermare i motori e ingranare la retromarcia. Possibile che si è così ottusi per non capire tutto questo?
Ci auguriamo che il summit rappresenti veramente un passo in avanti verso obiettivi concreti che, fino a questo momento, sono purtroppo solo rimasti sulla carta. Ne va la sopravvivenza di un pianeta se si vuole che esso resti vivibile più a lungo possibile. Aspettiamo allora di vedere l’evolversi delle future decisioni che verranno prese a Copenaghen, con la speranza che questa volta prevalga il buon senso ed il rispetto per questa Natura che ci ospita e che è stanca di ascoltare parole e di vedere ipocrisie nei propri confronti.
Confronto tra il 1990 ed il 2004 dell’emissione totale dei gas serra in atmosfera, espressa in milioni di anidride carbonica equivalente, dei paesi più industrializzati. Gli Stati Uniti sono il maggiore produttore in assoluto, con i 7000 milioni (dato di cinque anni fa).
Ecco l’andamento dell’anomalia globale di temperatura dal 1850 ai giorni nostri. Si noti, in particolare, i valori positivi che dominano incontrastati dopo il 1980, anno che rappresenta, per gli scienziati, il punto di svolta nel cambiamento climatico del nostro pianeta. Dopo il 1998, il più caldo di sempre, seguono altri anni che detengono ancora il primato dell’anomalia positiva.